L'evento IDC "Enterprise 2.0 conference 2009" di Milano del 3 febbraio scorso è stata l'ennesima testimonianza dell'interesse e di quante attese ci siano attorno al tema delle nuove tecnologie collaborative e della necessità di "fare impresa" in maniera differente tra le nostre piccole e medi imprese.
La numerosità della platea (sicuramente superiore al centinaio di persone) e l'acceso
dibattito online emerso nei giorni successivi non può che far piacere.
Il tema, a ben vedere, non è solo tecnologico ma impone, se ben interpretato, un ridisegno dei processi aziendali e può diventare un elemento di innovazione capace di dotare l'azienda di vantaggio competitivo che potrà fare la differenza nella fase di ripresa economica.
A dire il vero un paio di speaker hanno dato "buca" ed i contenuti non sono stati (sempre) del tutto originali. D'altronde parlare di 2.0 ad un pubblico eterogeneo non è sempre cosa agevole.
Il messaggio tuttavia è passato e a chiare lettere e provo a declinarlo nel resoconto sintetico degli interventi della mattinata.
La (breve) tavola rotonda al termine delle presentazioni ha poi affrontato temi molto interessanti (valutazione benefici, applicazioni open source, integrazione delle piattaforme 2.0 con i sistemi legacy, approcci metodologici ad un progetto di enterprise 2.0).
Consentitemi di esprimere una sola nota polemica: stucchevole è stato l'appello di Masiero, presidente IDC Italia che ha invitatato (più volte) i presenti a contattarlo su Facebook per suggerire idee e scambiare pareri. Ovviamente, la sua credibilità nel proporre un'adozione convinta delle piattaforme di marketing sociale era inevitabilmente viziata dalla posizione che ricopre, a capo cioè di una importante società di ricerche di mercato.
Ma anche questo è marketing e magari era in assoluta buona fede; in fondo questa è solo una mia opinione.
Una sintesi delle relazioni esposte al convegno.
Antonio Romano - IDCRomano trova analogie ed interessi attorno al tema dell'E2.0 come lo era quello del Knowledge Management di 10 anni fa. Alcuni flash: la nuova filosofia va ad inserirsi in un quardo in cui l'IT viene visto in azienda come costoso ed essenzialmente sinonimo di "infrastruttura". Accanto a queste "artrosi" si affiancano nuove necessità come la gestione del dato non strutturato che è diventata tanto importante quanto la singola transazione di un ERP.
Il presupposto per una efficace realizzazione di un progetto E 2.0 in azienda è avere la disponibilità di una infrastruttura on demand ma è altrettanto vero che prestare attenzione ai processi diventa essenziale se si vuole migliorare il time to market di risposta alle richieste "esterne" .
L'aspetto tecnologico dell'Enterprise 2.0 (consolidamento e virtualizzazione) concepisce un 'IT on demand. Il cloud computing diventa un link tra virtualizzazione ed E2.0 perchè conduce ad una concezione di IT on demand che acquista capacità elaborativa quanto è necessario. Per quanto riguarda i processi di informazione c'e' Unified Coontent Management perchè il principale canale di comunicazione sarà il web.
Motto: Senza infrastruttura e senza riorganizzazione dei processi non c'e' E2.0.
Vito Di Bari -
PoliMi, scrittore e forecasterIl prof. Di Bari è stato un vero "tornado". Ha intrattenuto per oltre 20 minuti il pubblico come una vera "star".
Perchè portare la nostra impresa in 2.0 proprio oggi in mezzo alla più grave crisi di sempre? Quattro dritte per convincersi che il web 2.0 non è un problema ma una opportunità.
La crisi conduce concentrarsi sul problema non sulla soluzione. ma è utile per costruirci il vantaggio competitivo. quando si riparte tutti a palla e si consuma energie che si elidono a vicenda. è ora il momento di riprendere perchè la fase di transizione coincide sempre con il cambiamento.
Di Bari inizia con la definizione di web 2.0 serie di applicazione collaborativa di nuova generazione che consentono agli utenti di collaborare. 2.0 in google quasi 1mld di citazioni, mentre obama ha citazioni 350mln. mPerchè? questo è il novo paradigma della gente! ma è lecito che possa diventare il nuovo paradigma delle imprese? Si, per quelle imprese che vogliono rimanere connesse alla gente.
è come innescare una miccia e far saltare la diga. Il 2.0 non lo si può controllare.
Tre ragioni per non adottare il web 2.0:
- web 2.0 è basato sulla condivisione delle informazioni;
- le logiche bottom up generano "anarchia";
- le tematiche dell'azienda sono complesse e delicate.
Ma attenzione: storicamente si è già verificato che un
cambiamento tecnologico E un
ricambio generazionale si avverassero contemporaneamente. Il risultato è dirompente (Di Bari utilizza il termine "Uragano")! Perchè il 2.0 non è la nuova frontiera ma solo una prima avvisaglia di un cambiamento imminente: è solo un vento che precede un uragano generato dal management che proviene dalla generazione dei cosiddetti
nativi digitali.
Tre "dritte" per affrontarlo al meglio:
- vincere la paura di viralizzarvi (basta mantenere il controllo..il controllo non c'e' più)
- puntare tutto sui rich media quelle applicazioni che consumano BANDA.
- fidelizzare fidelizzare fidelizzare. Prendere decisioni che siano efficaci e che durino nel tempo.
Concentratevi sul CICLO DI VITA DEI CLIENTI non dei prodotti!
Emanuele Quintarelli - Open KnowledgeQuintarelli in modo molto approfondito ha gettato le basi terminologiche dell'Enterprise 2.0 insistendo sul fatto che non è solo tecnologia ma
paradigma organizzativo che presuppone un modo nuovo di pensare alla
strategia. Fa un pò di storia puntando il dito sul fenomeno dei nuovi labour skills e sulla mobilità del lavoro che ora è possibile anche grazie alla disponibilità della tecnologia miniaturizzata e della banda larga ovunque. In un contesto di competizione senza confini e di costante sviluppo tecnologico la sfida si sposta sulla conoscenza; sulla capacità di generare prodotti per cui non esiste la competizione.
L'IT deve oggi gestire le eccezioni in modo da trovare tempo e risorse per concentrarsi su ciò che consente alle funzioni "core" dell'azienda di acquisire maggiore efficienza.
Il
social network non dimostra tanto che la conoscenza può essere condivisa; piuttosto risalta e rilancia la potenza dei rapporti, la definizione del modo con cui si deve trovare un contenuto che sta già lì, nel luogo in cui operiamo.
Quintarelli cita poi il caso
Lago. Grazie all'utilizzo delle tecnologie web 2.0 e ad un corretto approccio organizzativo è riuscito tra l'altro a:
- ridurre il tempo decisioni
- migliorare le decisioni
- migliorare la collaborazione
- ridurre i problemi di comunicaizone
- abbattere il 40% tempo di allineamento
- ridurre il tempo riunioni.
Motto: think big - start small - move fast
Paolo Pesci - Oraclesuite di prodotti per realizzare e2.0. Come lavorano gli impiegati dentro oracle. i documenti vengono taggati e con rating e digging. Conference virtuale con aree espositive.
Esempio di un utilizzo in PA comune di Bari. utilizzo tecnologia web semantico.
Garavello - WebsenseI codici maliziosi viaggiano su internet. Websense ha cominciato a creare sw che cataloga siti. C'è necessità di garantire la sicurezza su attacchi misti. gli attacchi di phishing stanno diminuendo: gli haker stanno cambiando. video youtube con sotto codici malware
Un dato per tutti: il 70% dei siti più importanti al mondo hanno ospitato codici malevoli; e sono siti fatti in tecnologia 2.0 (a tal proposito segnala la lista dei migliori siti web 2.0 (seomoz.org)
Il vero nodo oggi: il sistema di reputazione non mette al riparo da quello che viene postato o dalle azioni dei nostri colleghi.
Tavola rotonda.La eccezione che gli strumenti web 2.0 come una "perdita di tempo" si può affrontare con la proposta di chiarire le guidelines che dovranno presiedere al loro utilizzo.
Alla domanda se e quanto sono oggi affidabili strumenti open source Pesci(Oracle) segnala i "soliti" potenziali problemi di robustezza e affidabilità e scalabilità. Un fattore importante potrebbe certamente essere l'assistenza con la conseguente esigenza di minimizzare il rischio. Anche Claudio Tancini coordinatore del Gruppo di lavoro web 2.0 del
ClubTI Milano invita a pensare al TCO e non solo alle licenze
Alla richiesta di elencare alcuni key performance indicators utili per valutare la bontà di un progetto web 2.0, Quintarelli sostiene che i risultati intangibili non possono (solo) essere misurati dal numero di pageview ma occorre valutare altre metriche di business (più idee, velocità di risposta ). il RoI deve essere legato agli obiettivi.
Quanto alla capacità di creare un marketing efficiente e virale Tancini è convinto che il 2.0 aiuti a ridurre i costi per mantenere i clienti esistenti e agevola l'attrazione di quelli potenziali.
Quintarelli prova a consigliare una roadmap per introdurre con successo i paradigmi 2.0: un pilot - domain management - revisione dei processi presidiati e formare/informare. Casi studi (practice) per educare. Tancini: attenzione però che il pilot deve però essere attento alla sponsorship perchè un suo fallimento può compromettere definitivamente la realizzazione del progetto.
Carlo Alberto Carnevale Maffè - SDA Bocconi Spumeggiante intervento del prof. Maffè che espone alcune considerazioni dall'osservazione sui mutamenti dell'organizzazione aziendale e delle regole di mercato che sono
I processi di e2.0 fanno modificare la classica suddivisione dei ruoli tra domande ed offerta perchè la domanda diventa attore primario e non è più relegata in fondo alla catena del valore.
In realtà il fenomeno di riduzione dell'assimmetria informativa era già avvenuto con l'avvento del commercio elettronico un un web "unidirezionale" (diremo noi 1.0).
Con il 2.0 si assiste alla nascita di asimmetrie organizzative: il monopolio tradizionale dell'offerta (organizzazione dei fattori produttivi) che storicamente era deputato all'imprenditore viene smantellato da una domanda che ora "fa scorrerie produttive e diventa di per se stessa competitor".
Rispolverando corsi e ricorsi storici che cos'è questo se non il predicato di Marx che diceva "lavoratori di tutto il mondo unitevi". Pensate al fenomeno della "socializzazione" delle opere digitali (peering, nuovi formati di partecipazione).
Ma se cadono i costi di switching il vantaggio fare impresa non viene drasticamente ridotto dal momento che la competizione sui fattori di input si sta facendo davvero "pesante".
In un mercato tradizionale il valore iniziale di un bene era in funzione della sua natura ed avveniva in modo indipendente dalla percezione della domanda. Oggi i beni informativi non seguono lo stesso paradigma: al variare del numero dei membri di una community varia il valore del servizio. Le community riescono a creare valore o distruggere valore. I beni se sono partecipativi sono "imbastarditi": si pensi ad una pagina vista anche se solo da un visitatore non è più la stessa, il suo raking è modificato.
Morale: i social network sono organizzazioni economiche nella misura in cui indirizzano e risolvono i due problemi classici del coordinamento: ti dico cosa fare e creo le condizioni affinchè tu sia incentivato a "produrre" (motivazione).
E' il simbolo classico del valore "la moneta" non è più rilevante nel social network.
Di fronte ad un simile fenomeno dirompente come possono reagire le imprese? Maffè incita a rivolgersi al social network non più come asset ma sono liabilities o competitors.
Adottare quindi:
- self lock policies (fate prodotti difficili da imitare, estendere il controllo sugli accessori al prodotto)
- transfer activities (che il cliente lavori per voi!)
- ridurre eccessi competitivi tra aziende
- considerare il portatore di interessi nei diversi "profili" che esso ora riveste (supplier, regulator, competitor) e nelle varie dimensioni economico/patrimoniali che è in grado di rappresentare (attività, passività, cash flow generator).
In conclusione che cosa NON:- non si è approfondita la parte più tecnologica del web 2.0: linguaggio, integrazione, offerte opensource, tempi medi di rollout di un pilota
- i vendor intervenuti non hanno portato esperienze di web 2.0 ed il loro apporto alla discussione è stato marginale (eccezion fatta per la parte di websense con il problema della sicurezza ma non ho capito bene cosa c'entra il web 2.0 con i sistemi evoluti di catalogazione dei siti affidabili o meno). Si sarebbe potuto invitare magari qualche case study italiano (va detto però che Fiat era stata invitata ma non è riuscita a partecipare non si sa perchè).
Alcuni approfondimenti "on the fly":- slideshare per l'ennesimo (interessante)
documento e una
proposta, se ce n'era bisogno, di utilizzare Facebook 4 Business:
-l'iniziativa del gruppo di lavoro web 2.0 del
ClubTI Milano-il blog punto di riferimento (secondo me) per l'enterprise 2.0 dell'amico Quintarelli :
socialenterprise.